LACRIME

images       Questa ragazza ,Michela Leone, aveva 21 anni. Oggi pomeriggio ci saranno i suoi funerali.

E’ successo sabato notte. ma non è stato un incidente del sabato sera. Il ragazzo che guidava l’auto è del mio paese, è un bravo ragazzo che non beve, non fuma, non è di quelli da piede sull’acceleratore inchiodato, attivo nel volontariato, studente di ingegneria a Torino, come Michela, ragazzi che  nel fine settimana tornano a casa in famiglia. Ma la fatalità ha voluto che un cinghiale attraversasse la strada proprio in quel momento,l’urto ha fatto scoppiare gli air bag, ha perso il controllo, è finito fuori strada , contro il muro di una  vecchia casa solitaria. Dieci metri più avanti, dieci metri più indietro sarebbe finito nei campi forse con conseguenze meno gravi. Invece Michela è morta e fortunatamente Riccardo ed le altre tre ragazze sull’auto  hanno riportato solo lievi ferite. Oggi ci saranno i funerali. Ieri sera al rosario  la chiesa era gremita e nonostante la pioggia gelida ed il freddo  anche la piazza del paese. I nostri paesi di Langa hanno pochi abitanti, dai 60 di Bergolo o Cissone ai 600 di Bossolasco, ma in quella chiesa, in quella piazza c’era una folla, tanta Langa che si è stretta intorno alla famiglia di Michela.Tante persone, tanti tanti ragazzi , tanti anche anziani, tanti abituati ai rosari di persone la cui morte anche se sempre troppo precoce è il termine di un percorso, e non una cesoia che tronca il filo del gomitolo della vita al suo inizio. E probabilmente il funerale vedrà ancora maggiore partecipazione.Sono andata con mia figlia, ha la stessa età, tre anni nella stessa classe alle medie.

neve

Sembrava un inverno diverso: nessuna gelata, niente neve. Qualche lieve brinata al mattino, ma mai lo scintillio della galaverna che  riveste i rami nudi di un abito di strass.Neanche la nebbia che ovatta i suoni e spegne i contorni  ( e mi rifiuto di  distinguere tra la nebbia e le nuvole basse). E sino a mercoledi neanche un fiocco di neve.   E’ iniziata a scendere nella notte   e non ha smesso sino  alla tarda mattinata di oggi, l’altezza non segnata tanto sui tetti per il calore delle case che la dimezza, quanto dalle  cose scomparse, come il tavolo del giardino prima apparecchiato da un cuscino bianco poi invisibile, le pile dei cancelli così  “basse”le scale senza gradin, le scale senza gradini.

035

ricomincio….

Pensavo quest’anno di  riuscire a scappare da casa almeno per le visite  natalizie  in Liguria o a Cuneo e invece non ci sono riuscita per… motivi di ovile!!!  In realtà è una cosa tenera. Non avevo mai tenuto capre e  proprio  prima di Natale hanno partorito le due  che abbiamo acquistato quest’estate, insieme al becco ovviamente o non ci sarebbe storia da raccontare. La prima ha partorito il 19, 2 capretti, un maschio e una femmina. Stavo pulendo i box dei cavalli e  sentivo belare, un pianto prolungato, recepito da orecchio e mente non subito, ma come spesso accade dopo tempo come insolito. Sono andata a vedere e stava finendo di uscire il secondo capretto, bagnati ambedue. Ho telefonato a una mia vicina  che sapevo  tempo fa aveva le capre per chiederle cosa fosse meglio facessi. Lei è venuta e  abbiamo asciugato  i piccoli con la paglia, anche se già la mamma li ripuliva di sangue placenta e liquido amniotico e poi è venuto quasi buio  mentre riparavo meglio il ricovero, inchiodando dei sacchi di tela  a riparare lati aperti,  creando una separazione per il becco, temendo potesse fare  ai piccoli che malfermi sulle zampe sproporzionate e sottili  già cercavano le mammelle della madre.

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Simona era rincresciuta di non esserci stata ma arrivava a casa il giorno dopo e l’altra capra doveva ancora partorire. E il giorno dopo lo ha fatto. C’era anche Sergio a casa …era sabato. Appena l’ho chiamata Simona è corsa…non ha mai visto nascere un animale. Ma si è subito capito che c’era qualche problema anche se non siamo esperti. Infatti la testa del primo capretto è uscita, indipendente già nel movimento e nel guardare il mondo ma  non riusciva  a uscire il resto e si vedeva il musetto perdere vitalità, reclinarsi come ad abbondare le forze.Tardi per chiamare  il veterinario, troppo distante.Ma. Giuliana che ho chiamato  di nuovo è riuscita a farlo uscire, è uscito facilmente il secondo ,ma erano tre  e non se n’è accorta neanche lei. La capra non guardava i due piccoli, non li leccava e non li lasciava attaccare. E il latte era giallastro e burroso. L’abbiamo massaggiata  e poi sembrava meglio ma  per far succhiare i capretti abbiamo forzato l’altra capra. Abbiamo fatto notte con una luce aggiunta; al mattino siamo andati con Simo  appena chiaro e la capra aveva  partorito il terzo morto , ma gli altri due lo erano quasi. Sono usciti o forse cacciati  dar ricovero ed erano mezzo assiderati con pochi segni vitali. Li abbiamo portati in una cesta in caldaia e abbiamo provato  a dargli del latte in cartone con le dita. Poi corsa in una farmacia di turno la domenica  per un biberon e del latte in polvere da bambini. Il lattolo, che è latte apposito per animali lo abbiamo trovato solo al lunedì in consorzio. La capretta ha iniziato  pian piano a succhiare, il capretto per due giorni  lo abbiamo allattato  con una siringa senza ago, piano piano, goccia dopo goccia forzando l’angolo della bocca.. Simona ci si è dedicata in maniera commovente: sembrava li avessimo salvati tutti e due ma  dopo aver iniziato a stare in piedi anche se malfermo poi il capretto è peggiorato. Lo abbiamo sepolto sotto un biancospino. Rin invece mangia ormai avidamente ogni 3 ore dal suo biberon. Da due giorni la mettiamo mezz’oretta con gli altri ma piange tutto il tempo.La facciamo uscire in cortile e ieri me la sono portata  dagli animali. Segue come un cagnolino a saltelli e piange se non vede me o simona. Konrad Lorenz avrebbe potuto aggiungere un capitolo all’Anello di Re salomone!

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Poco fa Simona  è tornata ad Alessandria.

Domattina ha lezione e domani sera va a prendere Gabriella a Orio al Serio. Così domani , che è il mio compleanno, sino a quando non arriva Sergio, sono soletta . Chissà se Rin mi farà gli auguri. Comunque poi sabato festeggiamo sia il mio compleanno che quello di Simona (lei è nata il 9). Andiamo tutti a cena  in un ristorante dove ormai è tradizione  festeggiare le nostre ricorrenze, io e Sergio, Simona e Gabriella, Serena e Diego. Io ora devo scendere a dare il latte a Rin

 

 

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amica

Credo di aver sempre desiderato un’amica, ma non l’ho mai avuta, forse perché già l’usare il termine avere mi dà un sottile senso di disagio. Sono stata una bambina sola, nonostante tre sorelle, la maggiore molto più grande, le gemelle, arrivate a due anni da me, che per il loro essere due assorbivano molta attenzione. Forse mi piaceva anche essere sola. Ho imparato a leggere da sola, prima della scuola, e quando a scuola sono andata andata tanti anni fa ,quando l’inizio erano prima pagine di aste e poi pagine di vocali sotto un’imbuto o un grappolo d’uva e si arrivava a natale prima di mettere insieme una parola, mi sentivo diversa dalle altre.Non provavo interesse ai giochi delle altre bambine, ero in una classe femminile,e non sapevo di cosa parlare.A mia madre la maestra diceva che ero molto intelligente, ma che ero una bambina particolare. Già, particolare, diversa, strana, un’aggettivazione che  mi segue ancora adesso, un’aggettivazione che già prima avevavo usato le suore dell’asilo.Non andavano tutti all’asilo, e i miei avevano deciso di mandarmici perché non parlavo ed era una delle cose che, esclusi problemi fisici ,un medico aveva consigliato.Ed in effetti a quattro anni ho iniziato a parlare, ma non con il linguaggio dei miei coetanei . I grandi trovavano strano avessi il loro linguaggio e i piccoli che parlassi come un grande. Per di più soffrivo di scoliosi ed allora portavo il busto, nei miei ricordi uno strumento di tortura, una struttura in metallo e un rigido tessuto grigio, chiuso da lacci. E io leggevo,leggevo e inventavo storie di avventure per il mondo, storie avventurose in compagnia di un’amica, non un principe azzurro,non un eroe bello e coraggioso, ma un’amica che sapeva di me ogni cosa e di cui sapevo ogni cosa.Una compagna di cammino. E cercavo di trovarla nella realtà. Ho iniziato a diventare popolare. Ero sempre disponibile a dare una mano a scuola e soprattutto ascoltavo.Ero piena di “amiche” ,ma nessuna era “l’amica”.Al liceo di nuovo una classe interamente femminile. Forse lì l’avrei trovata.  

plasmati

Siamo, tutti quanti, plasmati e riplasmati dalle persone che ci hanno amato e, anche se tale amore può svanire, restiamo nondimeno opera loro – un’opera che molto probabilmente esse neppure riconoscono, e che mai ne riflette esattamente le intenzioni.

 

                                                François Mauriac, Le désert de l’amour

osservazione e istinto

 

Caratterialmente, ogni qualvolta mi trovo ad affrontare una situazione, sia che si tratti di una discussione o della risoluzione di un problema o di un’emozione, la analizzo dalle più svariate angolazioni. E’ forse per questo che solo raramente arrivo a scontrarmi con gli altri, quando si tratta di rapporti. Infatti questo processo per me automatico mi porta a vedere anche l’angolazione dell’altro, e quindi in un certo senso ad empatizzarla. Ciò fa sì che la accetti al di là di quale possa essere la posizione intellettuale od emotiva che io abbia raggiunto, pur se talvolta ciò mi crea confusione, nel riconoscere quale e di chi sia l’emozione che insorge.

In realtà ho poca fiducia in me stessa e soprattutto nella mia istintività. Ho sensazioni immediate che scaturiscono dall’osservazione dei particolari.Sembra una contraddizione quella tra osservazione e sensazione, ma è l’istinto che fa cogliere alcune cose anzichè altre.

Ma faccio fatica a seguire l’istinto.La fiducia che non ho in me diventa un senso di colpa come se la trasformassi in sfiducia nell’altro ed allora gli dò credito razionale quasi a compensarlo di un rifiuto istintivo.

Mi illudo accettando di essere accettata nella mia essenza. E ciò mi rende fragile, ed allora sono obbligata a mettere una corazza per non essere frantumata. E possiede la mia anima chi è riuscito a infrangerla senza frantumare il cristallo sottile che avvolge.  

aforisma del mercoledì

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La vita non é altro che un brutto quarto d’ora, composto da momenti squisiti.
O.Wilde

cercare…trovare….

cercare…trovare…sono veramente cose diverse? la prima conseguente alla seconda? a volte si cerca senza trovare,a volte si trova senza cercare,ma quando sono legate?non sono piuttosto lo scorrere delle proprie sensazioni in un circolo che ci avvolge in una forma perfetta?e che ci fa paura? ed allora l’abbandoniamo per percorrere una tangente alla circonferenza che nn arriva mai al centro. cercare…significa avere un obbiettivo ma come raggiungerlo? cercando cioè agendo o aspettando che le cose accadano?ma se l’attesa è consapevole non è egualmente azione?c’è un certo kierkegaard che diceva “l’importante nn è volere,ma la volontà di volere,non è l’azione ma la consapevolezza dell’agire”. E poi raggiunto l’obbiettivo? nn esiste piu,nn è piu un obbiettivo e allora?il trovare ridiventa cercare e riparte la giostra.

E’ il posto di apertura di questo blog, nell’ottobre  2003. Lo riscriverei.

specchiarsi

Guardarsi allo specchio e non aver paura nè vergogna nel vedere l’immagine riflessa. Siamo noi, inevitabilmente ..noi. Spesso non è facile accettarsi, vorremmo vedere un immagine diversa riflessa in quel vetro: più magra, più alta, più bassa, più seno, più sorridente, più capelli, meno triste, …….
Vorremmo che quell’immagine riflessa avesse un conto in banca più cospicuo, un lavoro sicuro, una vita sentimentale serena, chissà magari quante altre cose non ha…………………… ma quante cose ha? Quell’immagine siamo noi…………….. e siamo quello che siamo e come siamo.

E’ un atto di maturità, ci aiuta a stare meglio al mondo, impariamo ad accettarci nella gloria e nella sconfitta.
E’ troppo facile, è molto comodo puntare il dito e accusare gli altri dei nostri errori; è più doloroso ma più gratificante ammettere i nostri limiti e ricominciare proprio da lì.

la collana

2092d540deea8a4314b852bcb19bda2e.jpgTra i miei gioielli c’è un doppio filo di perle.
Me l’ha dato mia madre , poco tempo prima di morire. Non avevo mai vista quella collana, mai vista indossarla neanche nelle grandi occasioni.
Era di mia nonna e mia madre non l’aveva mai vista prima che sua madre, una settimana prima della mia nascita, gliela consegnasse, dicendole di fare attenzione alla collana con cui sarei nata.Lei non avrebbe potuto fare nulla, poichè la luna con cui sarei arrivata sarebbe stata la stessa con la quale lei sarebbe andata.
Appartengo alla generazione degli ultimi parti in casa ed a casa sono nata, le doglie di mia madre iniziate a poche ore dalla morte della nonna. E avevo il cordone ombelicale che intorno al collo mi impediva il respiro. Era stato chiamato il medico condotto, avrebbe dovuto farmi nascere la nonna, ma non era più possibile.Era infatti una di quelle levatrici d’altri tempi. non un’ostetrica diplomata,ma quelle levatrici che avevano appreso ciò che sapevano dall’esperienza, cui un parto riuscito dava il sacco di farina o la mezza coscia di maiale.
Non so molto di lei, ciò che conosco sono frasi, dette da mia madre gli ultimi giorni, quando andavo in ospedale con mia figlia nel marsupio, spesso discutendo per questa presenza con il personale, e mentre lei succhiava vita dal seno, sua nonno si agrappava alle ultime scintille di vita mentre la imboccavo.
Mia madre ne aveva sempre parlato pochissimo. Ricordo un tema alle elementari:I miei nonni. Non ne avevo conosciuto nessuno e avevo chiesto a casa, ma solo il papà aveva raccontato dei suoi genitori, mia madre aveva trovato milel cose da fare.Ci sono due foto a casa dei nonni materni, quelle foto nelle tonalità del marrone che paiono maggiormente disegni.
Il nonno Carlo in divisa, penso della guerra 15-18, in piedi appoggiato ad un tavolo, baffiall’umberto che nella loro prepotenza nascondono i lineamenti, simili alla bruttezza del pittore naif Ligabue.
La nonna in un ritratto a mezzo busto, un abito severo, scuro, rigido, abbottonato sino all’alto collo. capelli lunghi, due bande lisce e pesanti a delimitare il volto, raccolti senza dubbio in uno chignon a smorzarne la ricchezza. So che aveva i capelli rossi ma dalla foto non si intuisce di quale tonalità.Occhi chiari, liquidi eppure penetranti, occhi che guardano oltre.Una bocca carnosa, sensuale, quasi fuori posto nella severità quasi tragica dei lineamenti e dell’espressione.
So ancora che era zoppa, chissà, forse una malformazione dell’anca e che in un paese dove ancora oggi sui manifesti di morte dei più anziani viene aggiunto anche il soprannome, era chiamata Nettina a soppa du diau (la zoppa del diavolo). Forse era dovuto alla sua menomazione e alla demonizzazione delle deformità o forse al fatto che il mio bisnonno era chiamato il diavolo di C.Anche se in realtà non era il suo padre effettivo. Era infatti una trovatella., una di quei trovatelli che venivano presi nelle famiglie, spesso già numerose, perchè erano braccia da lavoro in più e eprchè il sussidio che portano con loro serviva a mantenere anche i propri figli.
Per questo mi sono sempre chiesta da dove provenissero quelle eprle, non certo dall’ospizio dove era stata abbandonata, non certo l’acquisto o il dono all’interno di una famiglia che stentava a vivere dignitosamente. E sono perle autentiche, le ho fatte valutare e sono rimasta stupita del loro valore.
Le ho messe solo una volta, quando mi sono sposata, ma talvolta le tiro fuori, le tocco, le metto affascinata dal contrasto e nello stesso tempo dalla fusione sulla pelle nuda.