Archivi del mese: novembre 2007

la collana

2092d540deea8a4314b852bcb19bda2e.jpgTra i miei gioielli c’è un doppio filo di perle.
Me l’ha dato mia madre , poco tempo prima di morire. Non avevo mai vista quella collana, mai vista indossarla neanche nelle grandi occasioni.
Era di mia nonna e mia madre non l’aveva mai vista prima che sua madre, una settimana prima della mia nascita, gliela consegnasse, dicendole di fare attenzione alla collana con cui sarei nata.Lei non avrebbe potuto fare nulla, poichè la luna con cui sarei arrivata sarebbe stata la stessa con la quale lei sarebbe andata.
Appartengo alla generazione degli ultimi parti in casa ed a casa sono nata, le doglie di mia madre iniziate a poche ore dalla morte della nonna. E avevo il cordone ombelicale che intorno al collo mi impediva il respiro. Era stato chiamato il medico condotto, avrebbe dovuto farmi nascere la nonna, ma non era più possibile.Era infatti una di quelle levatrici d’altri tempi. non un’ostetrica diplomata,ma quelle levatrici che avevano appreso ciò che sapevano dall’esperienza, cui un parto riuscito dava il sacco di farina o la mezza coscia di maiale.
Non so molto di lei, ciò che conosco sono frasi, dette da mia madre gli ultimi giorni, quando andavo in ospedale con mia figlia nel marsupio, spesso discutendo per questa presenza con il personale, e mentre lei succhiava vita dal seno, sua nonno si agrappava alle ultime scintille di vita mentre la imboccavo.
Mia madre ne aveva sempre parlato pochissimo. Ricordo un tema alle elementari:I miei nonni. Non ne avevo conosciuto nessuno e avevo chiesto a casa, ma solo il papà aveva raccontato dei suoi genitori, mia madre aveva trovato milel cose da fare.Ci sono due foto a casa dei nonni materni, quelle foto nelle tonalità del marrone che paiono maggiormente disegni.
Il nonno Carlo in divisa, penso della guerra 15-18, in piedi appoggiato ad un tavolo, baffiall’umberto che nella loro prepotenza nascondono i lineamenti, simili alla bruttezza del pittore naif Ligabue.
La nonna in un ritratto a mezzo busto, un abito severo, scuro, rigido, abbottonato sino all’alto collo. capelli lunghi, due bande lisce e pesanti a delimitare il volto, raccolti senza dubbio in uno chignon a smorzarne la ricchezza. So che aveva i capelli rossi ma dalla foto non si intuisce di quale tonalità.Occhi chiari, liquidi eppure penetranti, occhi che guardano oltre.Una bocca carnosa, sensuale, quasi fuori posto nella severità quasi tragica dei lineamenti e dell’espressione.
So ancora che era zoppa, chissà, forse una malformazione dell’anca e che in un paese dove ancora oggi sui manifesti di morte dei più anziani viene aggiunto anche il soprannome, era chiamata Nettina a soppa du diau (la zoppa del diavolo). Forse era dovuto alla sua menomazione e alla demonizzazione delle deformità o forse al fatto che il mio bisnonno era chiamato il diavolo di C.Anche se in realtà non era il suo padre effettivo. Era infatti una trovatella., una di quei trovatelli che venivano presi nelle famiglie, spesso già numerose, perchè erano braccia da lavoro in più e eprchè il sussidio che portano con loro serviva a mantenere anche i propri figli.
Per questo mi sono sempre chiesta da dove provenissero quelle eprle, non certo dall’ospizio dove era stata abbandonata, non certo l’acquisto o il dono all’interno di una famiglia che stentava a vivere dignitosamente. E sono perle autentiche, le ho fatte valutare e sono rimasta stupita del loro valore.
Le ho messe solo una volta, quando mi sono sposata, ma talvolta le tiro fuori, le tocco, le metto affascinata dal contrasto e nello stesso tempo dalla fusione sulla pelle nuda.